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Ragusa Sottosopra

n.5 del 05/10/2010

Sebastiano Occhipinti vittima del lavoro

foto articoloLa storia del ragusano Sebastiano Occhipinti, morto a 29 anni nel cantiere di costruzione della Banca d'Italia nel 1955, diventa emblema delle troppe morti bianche che hanno insanguinato e continuano
ad insanguinare i luoghi di lavoro


Grazie alla tenacia ed alla determinazione delle nipoti di Sebastiano Occhipinti, Valentina ed Alessandra Spadaro, la vicenda del nonno è diventata simbolo esemplare di laboriosità e dignità umana: il conferimento della “Stella al Merito del Lavoro” da parte del Presidente della Repubblica Napolitano lo scorso 1° maggio, attestazioni di riconoscimento da parte di tanti soggetti istituzionali locali, regionali e nazionali ed ora di recente l'intitolazione di una via cittadina per onorare la sua memoria e quella di tutti i caduti sul lavoro. Due giovani donne che hanno intrapreso una strada lunga e difficile per compiere un atto d'amore nei confronti della loro famiglia e di tutte le altre storie egualmente tragiche ed invisibili. Le abbiamo incontrate per farci raccontare questa esperienza.
Valentina ed Alessandra, cosa vi ha spinto ad intraprendere un percorso così impegnativo e come avete raggiunto questo obiettivo?
Quello che ci ha spinto è qualcosa di fortissimo e forse difficilmente comprensibile, potremmo dire che l'input è stato dato dall'indifferenza che da sempre ha circondato questa drammatica vicenda, indifferenza che per tutta la vita abbiamo letto negli occhi di nostra mamma e che abbiamo ritrovato negli occhi di altri bambini “orfani del lavoro”, quegli occhi così bisognosi di affetto, di vicinanza, di calore umano e di voglia di giustizia ci ha fatto guardare l'una dentro gli occhi dell'altra e lì è nata la consapevolezza che qualcuno avrebbe dovuto, pur in mezzo alla sordità di tanti, iniziare a mettere insieme gli attrezzi necessari ad accendere sulla storia del nonno, e più in generale sul tema delle morti bianche, un faro luminoso anche nella nostra città e nella nostra provincia.
L'indifferenza che mamma aveva subito per tutta la vita l'abbiamo ritrovata anche noi a distanza di cinquantacinque anni, ci siamo da subito imbattute in muri di gomma; ma mai, neanche per un istante, abbiamo pensato che era meglio lasciar perdere, in fondofoto articolo coloro che ci incitavano a demordere non avevano vissuto sulla loro pelle il dramma di una “famiglia spezzata dal lavoro”, era facile invece affermare che “le morti bianche non andavano di moda”, che su questa vicenda erano passati più di cinquant'anni e pertanto non più degna di essere raccontata perché “non faceva più notizia”; oggi pensiamo che se abbiamo raggiunto quest'obiettivo molto lo dobbiamo anche a coloro che con le loro cattiverie e con la loro sempre viva indifferenza ci hanno fatto capire che quello che stavamo facendo andava nella direzione che noi ci eravamo imposte sin dall'inizio.
La visibilità data a vostro nonno accende i riflettori su una tematica non risolta, drammaticamente attuale. Quest'anno i caduti sul lavoro sono già oltre 300 e l'anno scorso sono stati ben 464. Un bollettino di guerra…
Un bollettino di guerra che purtroppo non accenna a diminuire e quello che brucia, ogni volta che un uomo o una donna perde la vita sul posto di lavoro, è la freddezza con cui vengono catalogati come numeri; quegli uomini e quelle donne non sono solo dei numeri da statistica sono “fatti”, dietro i quali vivono nell'ombra famiglie intere che rimangono in mezzo alla strada e la consapevolezza che quella tragedia ha investito solo la loro famiglia, perché drammaticamente le vittime del lavoro e le loro famiglie sono il più delle volte appunto “vittime di una guerra di cui nessuno parla”. Noi nel nostro infinitamente piccolo abbiamo provato a non trasformare le “vittime del lavoro”, in “vittime di indifferenza”, come purtroppo drammaticamente lo è stato per tanti, troppi anni il nonno.
Ci raccontate la figura di Sebastiano Occhipinti ed il segno che ha lasciato nella vita della vostra famiglia?
Nostro nonno, Sebastiano Occhipinti, nasce a Ragusa il 3 ottobre 1925, maggiore di quattro figli in una famiglia semplice ma di sani principi. Negli anni '30, nonostante le difficoltà del tempo, con enorme sacrificio è riuscito ad ottenere un livello di istruzione tale da potere affrontare con più disinvoltura lo sviluppo della società dell'epoca. Ad otto anni una terribile disgrazia lo mette seriamente di fronte alle difficoltà della vita con l'improvvisa perdita foto articolodell'a-mata mamma che, a lui, negli ultimi istanti di vita, affida le sue ultime volontà e la responsabilità di pensare agli altri tre fratelli più piccoli. “La vita è giusto che vada avanti”, queste erano le sue parole nei racconti di chi ha avuto l'onore e il piacere di conoscerlo e così è stato anche durante la guerra, quando la povertà degli amici che non riuscivano a mangiare neanche tutti i giorni e il dolore per la consapevolezza di impotenza di fronte alla resa di tanti hanno fatto scattare in lui la voglia di riscatto per sé e la sua gente, “persone che si confrontano a volte anche con toni aspri ma che sanno stringersi in un abbraccio fraterno quando la situazione lo rende indispensabile”, diceva lui.
Il dopoguerra non è stato facile per nessuno e certamente non avrebbe evitato lui. Non riuscendo a trovare un lavoro nella sua Ragusa, accetta di andare a lavorare nelle miniere di carbone in Francia ed in Belgio presso la prestigiosa S.A. Charbonnages de Helchteren et Zolder, dove ha modo di conoscere gli usi e i costumi di una Europa che cominciava a muovere i primi passi verso la modernità.
Al suo rientro forzato, a causa di una brutta broncopolmonite contratta nei lavori in sottosuolo, intuisce che le sue esperienze maturate all'estero possono servire per potere apportare il progresso che la sua città merita. In questo periodo accetta di lavorare per due imprese che avrebbero portato di lì a poco l'una la rete televisiva e l'altra, la S.I.R.T.I (Società Italiana Rete Telefonica Interurbane), la rete telefonica in provincia, e di lì il tanto desiderato benessere per la sua gente. Nel corso però dei lavori che lui svolgeva con tanta devozione non sono venuti a mancare gli infortuni alla sua persona per mancanza di misure di sicurezza sul posto di lavoro, certamente non gravi se paragonate alla più grande disgrazia che poi lo avrebbe letteralmente travolto ed abbattuto. Al culmine della sua più grande gioia, la nascita della secondogenita Maria e il raggiungimento del posto di lavoro in un cantiere di grandi aspirazioni e progetti, ora che buona parte dei suoi sogni si stavano per realizzare, ora che la sicurezza economica gli lasciava vivere sogni più sereni, ora che stava contri-buendo con il lavoro delle sufoto articoloe mani a realizzare nella sua città quel tempio dello sviluppo socio economico, la Banca d'Italia, ora che le sue battaglie stavano entrando nel vivo della difesa di chi giornalmente lavorava per il progresso, ora proprio ora, in quel 26 settembre 1955, un incidente gravissimo sul lavoro lo strappa via dalla vita, che lui amava vivere, e dall'amata Maria che ad oggi sa solo che il suo papà è stato un eroe, perché da eroe è morto due volte: la prima fisicamente per la totale inadempienza alle normative allora vigenti in materia di sicurezza sul posto di lavoro, la seconda perché vittima di una sentenza assassina. Con il suo lavoro onesto, diligente e dignitoso e con il suo sacrificio si è reso protagonista dello sviluppo economico e sociale che i ragusani si meritavano perché gente laboriosa, e che a suo dire andavano ripagati, se non più, al pari almeno degli altri cittadini europei che aveva avuto mo-do di conoscere nei suoi brevi, intensi e disgraziati ventinove anni.
Alla sua famiglia ha regalato l'orgoglio di essere stato seppur inconsapevolmente un eroe, non di quelli che si gettano nel fuoco, ma di quelli che hanno dato la vita per lo sviluppo ed il progresso della Patria.
Sanata questa ferita, restituita dignità ed attenzione alla memoria di vostro nonno come a tutte le morti bianche di questo Paese, pensate di impegnarvi in altre iniziative?
Durante la cerimonia di inaugurazione della via cittadina a lui dedicata, ci è stato detto che con questo gesto chiudevamo un cerchio, noi in tutta sincerità ci sentiamo di potere affermare che da qui ora si parte verso un cammino che possa festeggiare la vita dei lavoratori e delle opere da loro realizzate per il progresso senza più piangerne i morti.
Al nonno abbiamo cercato di restituirgli quella dignità che lo aveva sempre caratterizzato e che in un solo istante gli hanno strappato, ferite del genere non si sanano mai, diciamo solo che oggi leccandoci questa ferita brucia un po' meno perché abbiamo la consapevolezza di avere fatto tutto il nostro dovere fino in fondo, senza nessun rimpianto, e sulla scia di questo sentimento continueremo con successive iniziative in difesa e a sostegno di tutti coloro che allora come ora continuano a “morire di lavoro”.

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