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Ragusa Sottosopra

n.4 del 26/07/2011

La pratica della forca in Piazza Carmine

Gaetano Veninata, ricercatore di storia locale

foto articolo

Sette passi di corda e un rotolo di grasso per farla scivolare meglio



Ricordo ancora quando da piccolo ascoltavo con grande interesse i racconti delle zie sulla forca che la tradizione locale voleva issata sulla piazza del Carmine. Si narrava che l'ultimo condannato all'impiccagione, ricordato dalla memoria popolare, tale Giorgio La Terra Arizzi, nel chiedere l'ultimo desiderio, implorò di poter parlare con la madre, alla quale, salita sul patibolo, mozzò con i denti un orecchio per punirla di non averlo mai educato rimproverandolo da piccolo per le sue ruberie.
Sin da allora è stato forte il desiderio di confermare la leggenda ragusana, a riprova che la tradizione orale tramandata di bocca in bocca dai nostri antenati, come sono soliti dire gli storici, ha sempre un barlume di verità.
Finalmente, dopo molti anni, l'occasione si è presentata sfogliando, un po' per curiosità un po' per caso, i faldoni del fondo archivistico “Università” di Ragusa, di recente trasferiti dall'Archivio di Stato di Siracusa presso la sede dell'Archivio di Stato di Ragusa.
Alla mente tutti i passi della tradizione popolare raccontata in famiglia, e riportati da Giovanni Selvaggio nel suo “Cunti e leggende di casa nostra”1, sono tornati vividi e sono stati avvalorati dai numerosi riferimenti che la fonte archivistica è stata in grado di fornire. È realmente esistita la forca nella piazza del Carmine.
A farla issare, nel settembre del 1815, nel luogo dove fino ai primi anni del secolo scorso fa sorgeva la settecentesca statua della Madonna del Carmelo, fu l'illustre capitano di giustizia e barone don Emanuele La Rocca per dare corso alla sentenza capitale su ordine della Gran Corte Criminale del Regno e in tal modo porre fine alla esecrabile vita di Giorgio La Terra Arizzi.
I documenti d'archivio2 delineano, con dovizia di particolari, un quadro dai contorni piuttosto nitidi: l'otto settembre 1815 il supremo Tribunale della Gran Corte Criminale del Regno di Sicilia pronunzia sentenza capitale nei confronti di tale Giorgio La Terra Arizzi, cittadino ragusano rinchiuso nelle tristissime carceri della Vicaria a Palermo; su di lui la Gran Corte si pronunzia con sentenza di pena capitale e ne chiede l'esecuzione tramite impiccagione al capitano di giustizia di Ragusa per poter essere da esempio e monito per tutti gli abitanti della città.
Di quale reato si sia macchiato il La Terra Arizzi non è dato sapere: il fondo archivistico della Gran Corte Criminale, conservato a Palermo, è stato infatti notevolmente danneggiato in seguito ai bombardamenti americani della seconda guerra mondiale per cui manca qualsiasi traccia del processo.
Ma ciò che conta è seguire le tappe di un'esecuzione messa in atto con i canoni di un vero e proprio auto da fè, a tal punto complessa e crudele da averne lasciato traccia nella memoria locale.
Pervenuto l'ordine dalla capitale del regno, la prima incombenza per il capitano La Rocca è quella di far giungere l'Arizzi dalle carceri della Vicaria, dove è rinchiuso, nella città di Ragusa.
Occorre un viaggio di almeno otto giorni, costato ben quindici onze, perchè il condannato giunga a destinazione nella tarda sera del 19 settembre 1815.
Il capitano di giustizia provvede a pianificare l'esecuzione. Dal momento che in città non si ritrovano boia, invia don Ignazio Floridia a Catania insieme con due lettighieri per chiedere a Don Rosario Vasta, “connestabile” della città, il “prestito” dei due carnefici che dovranno mettere in atto la scena. Di essi, nei documenti, non ne è mai fatto il nome.
Del resto, il capitano La Rocca ha un compito ben preciso da attuare. Per prima cosa egli decide di far trascorrere al condannato gli ultimi quattro giorni di vita nei locali del magazzino frumentario della curia comitale. È un edificio, ormai non più esistente, un tempo collocato trfoto articoloa la piazza del Carmine e la piazza Pescheria.
Tale struttura, oltre a consentire con opportune accomodature un precario alloggio accanto al luogo dell'esecuzione, procura all'evento enorme visibilità; proprio in quei giorni, i cittadini ragusani andavano presso il magazzino per depositare il frumento dovuto annualmente al Conte di Modica per i censi enfiteutici. Mastro Martino Pannuzzo è incaricato di trasportare il frumento riposto nella stanza destinata all'Arizzi nei dammusi collocati al livello inferiore e di murare la porta intermedia della stanza e tutti i buchi in essa esistenti per evitare ogni pericolo di fuga.
Per custodire il condannato nel magazzino frumentario, vengono chiamati da Modica i soldati della compagnia di stanza nella capitale della Contea. Occorrono ancora quattro giorni perché i carnefici giungano da Catania e preparino tutto ciò che richiede la loro arte.
Il giorno dopo l'arrivo del La Terra a Ragusa, il capitano di giustizia commissiona al mastro Clemente Di Stefano, falegname, la costruzione di un impianto scenografico.
Infatti, per rendere l'occasione di maggiore monito, viene fatta costruire dentro il magazzino una “cappella”: si tratta di un apparato scenografico che il falegname Giovanni Licitra, inteso Giuppino, provvede a tappezzare a lutto con tanto di paramenti neri.
Al suo interno, per tre giorni continui, vi sta rinchiuso l'Arizzi e il popolo ragusano lo osserva incuriosito.
Il giorno successivo, nella piazza del Carmine, il falegname Di Stefano provvede ad “alzare lo steccato” dove potranno sedere i Giurati con il capitano di giustizia e la classe nobiliare. Operai appianano il piano stradale al fine di consentire al popolo di assistere alla cerimonia occupando comodamente il resto della piazza.
Si iniziano ad alzare le forche proprio di fronte al luogo dove l'Arizzi è carcerato. Forse egli, sporgendosi dalla grata del magazzino, nel frattempo riesce a vedere i preparativi dell'esecuzione.
Tra il 20 e il 21 settembre il barone La Rocca invia un corriere a cavallo nelle città di Chiaramonte, Comiso e Vittoria per chiamare ad assistere i capitani di giustizia delle terre limitrofe con le rispettive guardie.
I carnefici, partiti da Catania con la scorta dei lettighieri Francesco Zocco e Serafino Platania, finalmente giungono nella notte tra il 20 e il 21 settembre. Considerata la delicatezza e l'importanza del viaggio, per l'occasione i due lettighieri si sono addirittura impegnati con atto notarile a far tornare sani e salvi i carnefici nella città di provenienza.
In città, è da credere, il fermento nel frattempo aumenta. Il popolino osserva tra lo stupito e il terrorizzato il temibile Arizzi, rinchiuso all'interno della “cappella” listata a lutto. Freneticamente i lavori di preparazione continuano a susseguirsi: i carnefici, che alloggiano in città per tre giorni, chiedono a Don Gaetano Almenares, messo del capitano di giustizia, “sette passi di corda” e un “rotolo di sevo” (lett. grasso). Singolare in proposito è anche la nota di spesa di 25 tarì sborsati dal comune per l'acquisto di tanto“canapaccio”, cioè di quei sacchi di tela grezza che i carnefici utilizzeranno durante l'esecuzione per coprirsi il volto.
E i documenti d'archivio, con una nota di maggiore realismo, ci trasmettono doviziose indicazioni anche su cosa viene fatto mangiare all'Arizzi, all'interno della cappella, nei tre giorni dal 19 al 23 settembre 1815.
Pranzi e cene frugali: dal giorno dell'arrivo a Ragusa, con pane, uova e “tomazzo”, si giunge al 23 settembre quando l'ultimo pranzo del condannato a morte consiste in quattro uova, un pezzo di pane, un po' di tonnina, olio, fave e vino.
Finalmente giunge il giorno dell'esecuzione.
Dopo pranzo tutta la città si è raccolta nella piazza del Carmine. Sugli spalti siedono gli spettatori d'onore: i giurati, il capitano di giustiziafoto articolo, il maestro razionale o tesoriere e gran parte della nobiltà di Ragusa. Tutto intorno alla piazza sta il popolo, che non ha mai assistito alla brutalità di una esecuzione capitale3.
Il parroco di San Giovanni Battista, don Ambrogio Occhipinti, presta a Giorgio Arizzi, appena salito sulla forca, il sacramento dell'estrema unzione.
I boia aprono la botola e il “miserando Giorgio Arizzi” vi sprofonda all'interno con i piedi a penzoloni. Ad appena ventisette anni, alle 5 del pomeriggio del 23 settembre 1815, esala l'ultimo respiro. L'ultimo atto di questa scena ci è fornito dalla nota dell'atto di morte che il parroco di San Giovanni Battista trascrive nel “Liber Defunctorum” parrocchiale4: “Migrò dalla vita, sospeso sulla forca, alle ore 21, Giorgio Arizzi figlio del fu mastro Biagio La Terra Arizzi e di Giovanna Scribano, a 27 anni di vita […], fu sepolto nella chiesa di Santa Maria delle Scale accompagnato dal cappellano di San Giovanni”.
Fin qui il resoconto delle carte d'archivio. Non ci è dato sapere, come già accennato, di quali misfatti si sia macchiato il “miserando” Giorgio La Terra Arizzi. È verosimile che sia stato accusato non tanto di ruberia5, ma di reati ben più gravi e di maggior allarme sociale per l'epoca, quali banditismo o pluriomicidio.
Noi non possiamo fare a meno di collegare la teatralità che la classe dirigente volle prestare all'esecuzione con le difficoltà della stessa a governare il popolo ragusano che, nel turbolento periodo in questione, tendeva alla rivoluzione e ai disordini6.
E tuttavia ci piace fantasticare, insieme con il racconto tramandato fino ai nostri giorni nel quartiere Carmine e consacrato nelle parole di Giovanni Selvaggio, che quando il “Re”7 chiese al condannato l'ultimo desiderio, questi gli rispose: “Vulissi vasari a mma matri”. Continuava la leggenda che, salita la madre sul patibolo, con la scusa di volerla baciare le troncò di netto un orecchio per punirla e per ricordarle che se tutte le volte che lui da piccolo avesse portato in casa un oggetto rubato gli avesse fatto “carriri i manu cchè lignati”, lui “astura non ci fossi agghiuntu a stu statu”.
E d'altronde è auspicabile che le cose siano andate realmente in tal modo, quanto meno per confermare il significato “educativo” che il popolo ragusano volle tramandare ai propri figli, un pò per rimorso e un pò per opportunità personale, attraverso la storia dell'efferata impiccagione di Giorgio La Terra Arizzi a cui ebbe modo di assistere quasi duecento anni or sono.


1. G. Selvaggio, “Cunti e Leggende di casa nostra”, ed. Il Gattopardo, 1991.
2. Archivio di Stato di Ragusa, fondo “Università”, vol. n. 14, busta n. 1344, p.p. 32 e ss.
3. La precedente esecuzione capitale della quale si ha notizia certa e documentata fu quella del 1677 di Angelo Campo, sobillatore della rivolta contro il governo spagnolo, nella quale il Campo fu impiccato nella piazza degli Archi e la sua testa fu lasciata esposta per parecchi mesi al pubblico.
4. Archivio Parrocchiale della chiesa di San Giovanni Battista, volume dei defunti del 1815.
5. Come tramandato dalla tradizione orale.
6. Al di là degli episodi storici di ampio raggio che coinvolsero la Sicilia nell'epopea napoleonica, si ricorda ad esempio la sommossa soffocata dallo stesso capitano La Rocca in occasione della pubblicazione della bolla della santissima crociata nel marzo del 1815 o quella dell'effrazione delle porte della Chiesa di San Giorgio dell'anno successivo. È chiaro che nessun Re in realtà assistette alla cerimonia; non è improbabile che il monarca della tradizione sia da identificare con qualche importante figura del tempo se non con lo stesso capitano di giustizia La Rocca.

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